Recensione “Nei colori del giorno”, di Peter Handke.
0, 5 Giugno 2007
Capita, a Peter Handke, di non essere granché in grado di distinguere bene i colori. Ma gli capita anche di avere una forza di volontà e una curiosità tali da costringerlo a praticare infiniti esercizi al fine di recuperare questo handicap: così nasce “Nei colori del giorno”. Handke in più occasioni racconta di aver riscontrato analogie tra paesaggi ed opere pittoriche (rapporto riguardo al quale parla di nunc stans, “istante di eternità”: beatitudine raggiungibile attraverso un felice matrimonio tra opere umane e naturali, che si spingono a vicenda valorizzandosi e completandosi), ma decide di concentrarsi prevalentemente sui lavori relativi al monte Sainte-Victoire di Cézanne, suo Virgilio in questo viaggio. Prolisso e scrupoloso, Handke non tralascia il minimo aspetto: si lancia in accuratissime descrizioni e coglie ogni suggerimento che i dettagli del monte riescono a dargli; continuamente evoca esperienze e si perde in pensieri che lo allontanano momentaneamente dalla realtà, per poi ritornare a guardarsi attorno non appena incontra una nuova pietra o una pianta. Le sue osservazioni si concentrano poi in un’analisi sul come l’oggetto magnifico e maestoso finisca inevitabilmente con l’essere interiorizzato e ridimensionato dall’abitudine. Non si limita ad aprirsi, con il lettore: Handke decisamente si spalanca, per accogliere completamente le meraviglie di un luogo che finalmente riesce a fargli intravedere quell’universo di colori che per anni non è stato in grado di percepire e presentarlo con una dovizia di particolari quasi asfissiante a chi si accosta al libro.